domenica 8 novembre 2009

Dubbi

Forse, devo iniziare a dubitare veramente di me stesso.
Forse, la contraddizione tra miei "valori" e realtà dei fatti si risolverebbe smettendo di avere quei valori.
Non so. Empiristicamente, dovrei aver accumulato sufficienti cicatrici da ricavarne un'esperienza generale, una "legge". Il fatto che non la condivida, perché contraria ai miei "valori", non la rende meno "reale".
I valori erano solo favole?
Smettere di credere in "draghi e cavalieri, principesse e..." cose del genere?
Forse, ma come alternativa è deprimente.

sabato 7 novembre 2009

Nobiltà e mediocrità

La vera nobiltà ed eccellenza non sta nell'evitare di sbagliare, perché la possibilità dell'errore è insita nell'agire, bensì, nell'ammettere che l'errore poteva essere evitato, nell'impegnarsi a non ripeterlo, nel migliorarsi.
La vera mediocrità non sta nel commettere errori, bensì, nel giustificarsi del proprio errore citando gli errori altrui, nel mostrare che altrove è stato fatto peggio.

giovedì 5 novembre 2009

Vota il tuo paleontologo di finzione preferito


Pak del blog Pakozoico ha aperto un curioso ed interessante sondaggio tra i suoi lettori, per eleggere il paleontologo di finzione (tratto da romanzi, film o serie televisive) preferito. Io ho votato. Fatelo anche voi, visitando il suo blog.

mercoledì 4 novembre 2009

Quello che vedo dietro un crocifisso in una scuola pubblica

La recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, a favore di una cittadina italiana che chiedeva la rimozione dei crocifissi dalla aule scolastiche, e la reazione "contrariata" della maggioranza dei politici (e probabilmente, dei cittadini) italiani di fronte a questa sentenza non fa che confermare ciò che mi appare sempre più chiaro: l'Italia non è uno Stato laico, nè veramente democratico.
Molte delle argomentazioni dei critici a questa sentenza sono palesemente demagogiche, infarcite di parole quali "popolo", "tradizioni", "radici", molto efficaci nel colpire le viscere, grazie alla loro fumosa ambiguità, ma poco stimolanti per la razionalità.
Non capisco perché in uno Stato dichiaratamente non teocratico ed aconfessionale, quale è l'Italia, debbano essere presenti simboli di una religione all'interno degli edifici pubblici. Il fatto che quei simboli abbiano un valore (importante, non lo metto in dubbio) per la maggioranza dei cittadini, non giustifica la loro presenza in edifici che sono rivolti a TUTTI e non solamente alla maggioranza. Io sono ateo, ed il crocifisso non mi rappresenta alcunché, se non la storia della religione cristiana. Dato che un edificio pubblico non è un luogo di culto cristiano, né un museo della religione cristiana, la presenza del crocifisso è inutile. Essa è una violenza della maggioranza nei confronti delle minoranze, perché inculca l'idea che lo Stato di tutti sia lo Stato solo della maggioranza. Eppure, si presume che tutti i cittadini siano uguali davanti allo Stato, e, quindi, egualmente rappresentati negli edifici statali. Il fatto che il crocifisso sia "anche" simbolo della storia italiana, oltre che della religione dominante, non giustifica la sua presenza negli edifici pubblici. La croce non è un simbolo dello Stato Italiano: perché dovrebbe essere affissa in edifici dello Stato? Allo stesso modo, nessun simbolo ideologico e religioso dovrebbe essere presente in edifici statali. La mia critica non è al cristianesimo, né alle religioni, ma all'abuso del concetto di "maggioranza" in contesti dove esso è irrilevante. La "maggioranza" non ha diritti di rappresentanza privilegiati negli edifici pubblici, nei quali ogni individuo e gruppo ha uguale diritto di essere rappresentato. All'alternativa irragionevole di esporre i simboli di tutti, preferisco la concezione laica di esporne nessuno.
Quanti dei critici della sentenza hanno ragionato sul significato profondo di questo episodio?
Sentire le parole di un religioso che, probabilmente in buona fede, si sconcerta per la rimozione dei crocifissi mi rattrista molto. Le sue affermazioni secondo cui il crocifisso è un "simbolo di pace ed amore universale" sono false: il crocifisso non è un simbolo universale, rappresenta pace ed amore solo per i cristiani, non per tutti. L'opinione atea, islamica, ebrea, buddista, ecc.., non ha valore in Italia? Egli, con le sue parole, esprime l'arroganza di chi non può accettare posizioni e concezioni diverse dalla sua, e che rivendica, senza diritto, un primato della sua religione in un ambito, quello dello Stato, che non gli compete.
Rimuovere i crocifissi non è attaccare i cristiani, bensì, difendere tutti.
Perché una scuola pubblica dovrebbe esporre simboli di una parte (anche se maggioritaria)? Gli altri non hanno diritto di sentirsi rappresentati? Devono crescere con la convinzione di essere cittadini di seconda categoria, non rappresentati dallo Stato? Perché, cari difensori del crocifisso, questo è il prodotto della vostra arrogante concezione totalitaria. Creare divisione e discriminazione dove invece dovrebbe essere coltivata l'uguaglianza ed il valore del pluralismo.
Lo Stato è di tutti i cittadini, non della maggioranza. Oggi la maggioranza è cristiana, ma in futuro potrebbe essere atea, oppure di un'altra religione. Chi oggi è maggioritario, potrebbe in futuro non esserlo più. La vostra concezione totalitaria, in quel contesto, potrebbe danneggiarvi, discriminandovi ed emarginandovi dove, invece, dovreste essere tutelati dallo Stato.
Lo Stato laico, aconfessionale e garante di tutti, al di sopra di simboli e religioni, sarà sempre presente per difendervi, indipendentemente dal fatto che siate o no in posizione maggioritaria.

sabato 31 ottobre 2009

Passaggio per le rapide


In questo periodo, tutto ciò che mi circonda è molto provvisorio ed effimero. Forse, è sempre stato così, ma ora la mia sensibilità è acuita, oppure ho smesso di assumere i narcotici classici di una vita distratta. Ad ogni modo, tutto ciò che si dimostra tale, ma era stato inteso illusoriamente come durevole, produce dolore. L'atto di ancorarsi alle rapide è più doloroso del lasciarsi trascinare. Visto sulle grandi scale, può significare una fase di transizione verso una qualche condizione nuova, la fase di punteggiatura repentina, di rottura della simmetria, la catastrofe (in senso "thomiano") che precede una nuova stagione, un nuovo ordine ancora embrionale.
Vedremo.
Come sta scritto da qualche parte, i nostri sono tempi di transizione, e solo quando ci volgeremo indietro e sentiremo di esserci distinti dall'età precedente, sapremo che la transizione è finita.

Più intelligenti che brutti



Questo post ha un profilo molto basso, ed è più una provocazione che altro.
Accodandomi a recenti polemiche e battibecchi di patetica contingenza politica nostrana, mi sono posto la domanda: cosa scegliere tra "bella e stupida" e "brutta e intelligente"?
Accantoniamo l'ipocrisia. L'estetica è la necessaria forza trainante le nostre scelte sentimentali. Necessaria ma non sufficiente. Il grado di necessità è dipendente dal nostro grado di intelligenza, anche se, ad essere ancora meno ipocriti, dubito che un'intelligenza massima scelga il partner con un grado minimo di bellezza. Ciò sarebbe poco intelligente, contraddicendo l'ipotesi di partenza. Quindi, concordato che l'estetica è necessaria ma non sufficiente, con grado di sufficienza inverso alla nostra intelligenza, qual'è il valore che diamo all'intelligenza dell'altra persona? Una bellissima oca non mi attira, ma nemmeno una sciatta befana col Nobel. Se l'estetica è necessaria, come incide l'attrattiva intellettiva?
Il criterio intelligente e non ipocrita è il seguente: l'altra persona deve essere più intelligente che brutta.
Perché?
Ammettiamo di avere come criterio la versione modificata: "deve essere più intelligente che bella." In tal caso, non potremmo scegliere Miss Italia, dato che, fino a prova contraria, è più bella che intelligente (altrimenti non perderebbe tempo in un concorso di bellezza). Ora, dato che nessuno disdegnerebbe di uscire una sera con Miss Italia, ne deduco che il criterio "più intelligente che bella" non funziona. Infatti, in base allo stesso criterio, sarebbe valida anche la sciatta col Nobel citata prima, cosa che contraddice l'ipotesi di partenza che "l'estetica è necessaria (anche se non sufficiente)".
Il criterio "più intelligente che brutta" è invece molto onesto e realista. Infatti, l'intelligenza compensa la bruttezza, ma non influisce minimamente sulla bellezza (come insegna la sempre immortale Legge di Thais).
Chi, come me, è molto attratto dall'intelligenza (quella vera, non la semplice ostentazione di cultura o il nozionismo logorroico tipico di molte presunte "persone intelligenti") può anche usarlo per giustificare eventuali interessamenti per persone "non brillanti": Miss Italia è sicuramente più intelligente che brutta (se non altro perché ha una bruttezza tendente a zero ed un'intelligenza almeno nella media), quindi rientra nell'ambito delle persone con cui vale la pena provare un approccio.

Questo post è più stupido che bello...

lunedì 26 ottobre 2009

Ebbrezze, sensu lato


Non sono un alcolista, ma apprezzo una buona birra. Bevo ogni tanto (anche perché quelle buone costano e non conviene prendere un pessimo vizio economicamente devastante) e con moderazione. Amo il retrogusto, la frizzantezza, detesto la nausea, il mal di testa del risveglio successivo e odio sopra ogni cosa il dolore che produce il conato. Non capirò mai come facciano i bevitori patologici, abbonati ai bordi del gabinetto e delle strade. In vita mia, ho vomitato a causa dell'alcol solamente una volta, per errore e a causa di un miscuglio di vino mantovano e salamelle fritte (terribile ricordo).
Eppure, ciò non mi esclude dalla categoria degli amanti dell'ebbrezza, dei viziosi recidivi, spesso incapaci di ammettere di avere una dipendenza viscerale, spesso nociva.
Non sarà alcolica, ma anche la mia ebbrezza è della stessa natura di quella bevitrice. Si assume la sostanza senza ritegno, senza pianificazione, per il puro godimento che genera, senza razionalizzare sugli esisti, sulle conseguenze, e, sopratutto, sulla lunga sbornia prima lancinante, poi dolorosa, poi fastidiosa, infine malmostosa, che il nostro scellerato vizio genererà. Al pari dell'alcolista recidivo, io ricado sempre nella stessa successione di assunzione smodata, smemorata euforia, cieca ebbrezza, conato doloroso, postumi nauseanti e finale malmostoso. Ogni volta, concludo la sbornia giurando a me stesso che non ripeterò più una simile esperienza. Ma so che sto mentendo.
Ogni volta cambia il nome, il colore, il sapore, la freschezza dell'esperienza vissuta, ma io resto sempre il solito inguaribile malato, patologicamente assetato, eternamente stupido.

domenica 25 ottobre 2009

Terapia o pazzia?

Scrivo lettere che non spedirò, ad un destinatario che non so nemmeno se esiste. E anche se esistesse, non so se leggerebbe quelle lettere, né se comprenderebbe.
Perché scrivere?
Terapia e pazzia.

venerdì 23 ottobre 2009

Asocialità indotta

Non sono superstizioso, né sono un paranoico delle congiure, ma sembra che questi ultimi 3o giorni della mia vita sembrino stati gestiti con l'obiettivo di deprimere al massimo, se non reprimere, la mia socialità, in tutte le sue forme.
Tralasciando eventi molto privati...
Professionalmente:
Impossibilità totale di partecipare all'SVP a causa del lavoro.
Impossibilità quasi totale di partecipare al Congresso di Bologna a causa del lavoro.
Pueblicamente:
Raffica di imprevisti, rinvii e annullamenti di ogni sorta che mi han reso eremita.
Ora si mette di mezzo l'influenza, che pare annullare le mie prime avvisaglie di socialità dopo 3 mesi di lavoro, tra cui una rimpatriata della Vecchia Guardia come non se ne vedevano da anni.

Quanto ancora devo accumulare prima di vendicarmi col fato?

domenica 18 ottobre 2009

In cosa credo

Essere umano significa dare significato alle cose. In sé, niente ha significato, ma lo acquista se qualcuno lo ricerca. Ciò non implica minimamente che questo significato esista realmente nelle cose. Probabilmente, al di fuori delle reti simboliche del cervello, non esiste alcun significato. L'esigenza di significato ha generato miti, superstizioni e religioni. Ma prima ancora di tutte questi epifenomeni culturali persiste l'esigenza, biologica, neurologica ed antropologica del credere in qualcosa. Nonostante questa esigenza abbia un'ovvia origine evolutiva, in quanto è un programma rapido ed efficace di pianificazione delle informazioni, l'esigenza del credere non può essere ridotta solamente a ciò. Evolvendo, essa si è sradicata dalla sua matrice evolutiva, esattamente come la meccanica della mano si è sradicata dall'atto della prensione e della manipolazione, divenendo strumento creativo, comunicativo.
Io sono ateo, non credo in nessuna patetica favoletta sovrannaturalistica. L'atto di non credere nel sovrannaturale non è esso stesso un atto di credenza, dato che, semplicemente, è solamente la reazione più semplice di fronte all'assenza di evidenze. Forse dovrei giustificare con un atto di non-credenza il fatto che non ha senso credere nelle fate o nei folletti? Analogamente, perché dovrei giustificare il mio rifiuto di credere in trite e ritrite rielaborazioni, spesso illogiche, di mitologie medio-orientali?
Nonostante il mio ateismo, io credo in qualcosa. In quanto uomo, sento di dover dare un valore a qualcosa, di credere che ci sia un significato nel mio esistere. L'alternativa è la mera persistenza biologica, l'attesa della inevitabile decomposizione imposta dalla termodinamica dei sistemi complessi come il corpo in cui elaborano questi concetti e le istruzioni che fanno correre freneticamente queste dita sulla tastiera.
In cosa credo? Credo che il significato della vita umana stia nell'elevarsi al di sopra della mera sopravvivenza. Si tratta di quello che alcuni chiamano "il richiamo della grandezza", e che non tutti possono sentire. Credo che qualsiasi azione che produrrà una persistenza del mio essere oltre l'inevitabile fine biologica sia un valore. Credo che qualsiasi atto di ricerca che aumenta la nostra conoscenza del mondo, e ci libera da paure e dubbi, sia un valore. Credo che combattere per ridurre la propria sofferenza sia un valore. Credo che l'altruismo, in quanto atto innaturale, perché spesso controproducente (sopratutto se perpetuato in un contesto a maggioranza egoista) sia un valore. Perché questi sono valori? Perché sono azioni non naturali, non istintive, non dettate dalla meravigliosa indifferenza dell'agire biologico, e quindi, permettono di trascendere (in senso laico) dalla matrice puramente organica che ci ha assemblato.
Quando qualcuno mi chiede perché debba avere questo senso "del dovere", forse retrogrado, più consono all'epica (o ai film western), capisco quanto ciò sia giusto. Se non è comprensibile a molti, significa che non è un programma biologico, e, quindi, non è solamente l'espressione di una struttura materiale alla quale non posso imporre alcunché, ma che posso solo accettare come dato di fatto. Il fatto che non sia comprensibile dalla maggioranza dei miei simili, dimostra che è giusta nel suo intento totalmente autoreferente, non finalizzato ad alcunché se non l'affermazione di un senso, senza il quale, non vale la pena continuare.